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Prisma.
Cultura dal mondo, in pillole
Dal passato

A Montmartre esiste una casa dove Chopin lasciò l'impronta della mano e George Sand inventò il surrealismo con un secolo di anticipo

Riaperto dopo diciotto mesi di restauro, il Musée de la Vie romantique custodisce la villa di Ary Scheffer e il mondo scomparso della 'Nuova Atene' parigina: quella collina dove, nel 1823, si diceva che gli usignoli cantassero più forte della città.

PT
6 set 2026
3 min di lettura · 5 min di ascolto
Ritratto pittorico ravvicinato di una giovane donna con lunghi capelli scuri, raccolti ai lati del viso e ornati da fiori rossi e bianchi. La donna guarda verso l’osservatore con un’espressione seria e composta, su uno sfondo scuro.
↳ Foto: Frankfurter Allgemeine Zeitung · EDITORIAL
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Nel 1823 un giornale parigino descrisse un quartiere di collina dove l'aria era pulita, dove merli e usignoli cantavano insieme ai versi che venivano composti sul posto, e dove il frastuono notturno della città arrivava attutito come una cascata lontana. Il posto era Montmartre, o meglio le sue pendici basse, e i parigini gli avevano già dato un soprannome: Nouvelle Athènes, la Nuova Atene.

Quel nome sopravvive quasi per distrazione in un piccolo museo nascosto dietro la Rue Chaptal, nel nono arrondissement. Il Musée de la Vie romantique ha appena riaperto dopo un anno e mezzo di restauro, ed è una delle sopravvivenze più improbabili in una città che raramente lascia fermo un immobile per due secoli.

All'inizio erano campi. Intorno al 1820 Parigi scoppiava, e gli orti e i frutteti ai piedi di Montmartre furono lottizzati per costruirci case. Nacquero strade di palazzi nel gusto neoclassico dell'epoca, e gli artisti arrivarono in fretta: Eugène Delacroix, Auguste Renoir, Gustave Moreau, che poco dopo avrebbe avuto un museo tutto suo a poche strade di distanza. Anche Vincent van Gogh veniva spesso, a trovare il fratello Theo, mercante d'arte che viveva e lavorava lì vicino. Ma è la casa del pittore olandese Ary Scheffer quella rimasta più intatta: una villa con atelier costruita intorno al 1830, raggiungibile attraverso un vicolo stretto che si apre sulla Rue Chaptal, raccolta attorno a un cortile e a un giardino che nel nono arrondissement hanno ancora qualcosa di campagnolo.

Il vero soggetto del museo è la cerchia di Scheffer. Frédéric Chopin e George Sand passarono per queste stanze, e così il filosofo e storico delle religioni Ernest Renan. Un busto in bronzo di Christian Daniel Rauch rende omaggio a Johann Wolfgang von Goethe, che il gruppo della Nuova Atene venerava a distanza come una specie di santo patrono. Ma la cosa più sorprendente è un'altra: un disegno a penna acquerellato, un'impressione italiana, che Goethe regalò a Scheffer in persona. Scheffer, che più di chiunque altro aveva lavorato per far conoscere Goethe in Francia, lo conservò come dono privato dello scrittore che aveva contribuito a rendere immortale.

La collezione predilige ritratti e scene letterarie, mobili, piccole sculture, gioielli, oggetti personali, esposti in stanze così piccole da sembrare domestiche più che museali. Il cuore è un salotto con un tappeto spesso dal disegno vistoso, dove il calco in gesso della mano di Chopin sta accanto al celebre ritratto di George Sand dipinto da Auguste Charpentier nel 1837, con i fiori bianchi e rossi tra i capelli.

Per la riapertura il museo ha scelto la pittura di paesaggio del primo Ottocento, il momento in cui gli artisti francesi cominciarono ad allontanarsi dagli scenari mediterranei idealizzati per guardare la propria campagna senza filtri, anche per l'influenza di inglesi come John Constable, che aveva trovato una bellezza senza pose a Hampstead Heath, dietro casa sua. La mostra curata da Dominique Lobstein, «Face au ciel: Paul Huet et son temps», segue questo passaggio attraverso cinquanta opere in prestito, con attenzione particolare a Huet (1803-1869), pittore autodidatta dotato di un occhio insolitamente acuto per il tempo atmosferico e per le nuvole, tanto al castello in rovina di Pierrefonds quanto sulla costa normanna.

Il restauro, osserva la Frankfurter Allgemeine Zeitung nel suo reportage da Parigi, non è stato del tutto delicato: gli adeguamenti tecnici hanno levigato un po' della patina all'esterno, e l'atelier di Scheffer, con le alte librerie, i cavalletti, la stufa e la luce da nord, è stato modificato con allestimenti reversibili per la mostra in corso, al punto da risultare difficile da riconoscere. Muschio ed edera, prevede il giornale, si riprenderanno comunque i loro diritti là fuori.

Resta un dettaglio che ronza in testa più di qualsiasi discussione sul restauro. George Sand e suo figlio Maurice si divertivano a inventare piccoli acquerelli di paesaggi immaginari con una tecnica di stampa chiamata pittura dendritica: pigmento schiacciato tra due superfici, che si ramifica in forme cristalline leggibili come alberi, coste, territori mai esistiti. Somigliano, in modo inequivocabile, a quello che Max Ernst avrebbe dipinto un secolo dopo. In quel giardino della Rue Chaptal nessuno poteva saperlo.

Fonti

↳ COME LAVORIAMO CON L'AI