Sotto il colle Oppio, nella galleria che sosteneva il portico delle Terme di Traiano, si conservano due grandi decorazioni del I secolo d.C. La prima mostra una città cinta da mura, osservata dall’alto. La seconda occupava le pareti di una sala monumentale e combina architetture, figure e vedute di edifici affacciati sul mare.
Scoperte durante gli scavi degli anni Novanta e restaurate di recente, la Città Dipinta e il Grande Mosaico sono ora accessibili al pubblico. Le visite, iniziate il 12 settembre 2026, si svolgono su prenotazione e, per i singoli visitatori, prevedono un massimo di quindici persone per turno. Non si tratta ancora di un’apertura ordinaria: la fase è sperimentale e servirà anche a valutare l’impatto della presenza umana sulla conservazione delle opere.
In un ambiente sotterraneo, infatti, l’ingresso delle persone modifica le condizioni esistenti. Temperatura, umidità e qualità dell’aria possono variare; anche l’illuminazione e la frequenza delle visite devono essere compatibili con materiali rimasti protetti per secoli. Limitare gli accessi non significa quindi mantenere il pubblico a distanza. Significa cercare le condizioni nelle quali l’incontro con le opere possa continuare nel tempo.
Il percorso è stato preparato attraverso un intervento che ha riguardato contemporaneamente restauro, scavo e accoglienza. Sono stati realizzati una passerella di collegamento, nuovi impianti di illuminazione, spazi di sosta e allestimenti didattici. Il restauro delle superfici decorate ha compreso la rimozione dei depositi, il consolidamento e le stuccature necessarie a proteggere le parti conservate.
La Città Dipinta è un affresco di circa dieci metri quadrati. Rappresenta, a volo d’uccello, una città circondata da mura e torri, con edifici disposti in prospettiva. Si riconoscono un teatro, un tempio e spazi pubblici, ma non sappiamo quale città sia raffigurata. Claudio Parisi Presicce, sovrintendente capitolino ai Beni culturali, ritiene che dovesse trattarsi di un centro ben noto a chi osservava l’immagine. L’identificazione, però, rimane aperta.
Il Grande Mosaico apparteneva invece a un’ampia sala sulla quale si affacciava un ninfeo. La parte finora riportata alla luce raggiunge circa cinque metri di altezza e riproduce una complessa architettura teatrale, articolata su più livelli e popolata da statue e personaggi. L’ampliamento dello scavo ha fatto emergere una nuova fascia decorata con una città portuale, composta da edifici probabilmente rivolti verso il mare. Le pareti della sala dovevano raggiungere un’altezza complessiva di circa dodici metri.
Affresco e mosaico appartengono a edifici precedenti alle Terme di Traiano, inaugurate nel 109 d.C. Il grande impianto termale inglobò infatti strutture più antiche, comprese parti della Domus Aurea. Nello stesso luogo si sovrappongono così diverse fasi della storia del colle Oppio: gli ambienti di età neroniana e flavia, la successiva costruzione traianea, le trasformazioni avvenute nei secoli e gli interventi contemporanei di scavo e restauro.
Anche l’esedra sovrastante aiuta a comprendere quanto le terme romane fossero luoghi articolati. Le due file di nicchie potrebbero avere ospitato armadi destinati a libri e documenti; i gradoni avrebbero accolto le persone durante letture e riunioni. Alle attività legate alla cura del corpo si affiancavano lo sport, la socialità e la cultura.
La visita consente dunque di entrare in uno spazio che non ha ancora finito di restituire informazioni. Gli archeologi continuano a indagare l’estensione del mosaico e la configurazione degli ambienti; chi si occupa della conservazione dovrà intanto osservare come il nuovo accesso incida sul loro equilibrio.
Le quindici persone ammesse a ogni turno non sono soltanto le prime visitatrici e i primi visitatori di due opere rimaste a lungo invisibili. La loro presenza introduce una condizione nuova, che dovrà essere misurata e compresa. In questo caso, rendere accessibile un bene archeologico non è l’atto conclusivo del restauro: è una scelta che entra a far parte della sua storia.



