Da bambina, a Matsumoto, Yayoi Kusama vedeva distese di pois e reti che si allargavano su ogni cosa avesse davanti. La spaventavano al punto che iniziò a disegnarle in modo ossessivo, semplicemente per resistere. «Riproducendo di continuo le forme delle cose che mi terrorizzano», scrisse, «riesco a sopprimere la paura». In quella frase c'è tutto ciò che avrebbe fatto nei sette decenni successivi.
Kusama è morta il 14 agosto in un ospedale di Tokyo, per insufficienza multiorgano. Aveva novantasette anni. Il suo studio ha annunciato la scomparsa il 27 agosto, con la conferma della David Zwirner Gallery, che la rappresentava da tempo, come ha riportato per prima Artforum.
Alla fine era l'artista donna più venduta al mondo, un traguardo che sarebbe parso impensabile alla ragazza arrivata a New York nel 1957 quasi senza nulla. Quello che portava con sé non erano i mezzi, ma un'ossessione. E fu proprio quell'ossessione a diventare la sua opera.
I pois si trasformarono nelle «Infinity Nets», tele monumentali che lei chiamava la sua impresa epica, «la somma di tutto ciò che ero». Diventarono sculture falliche imbottite, ammassate sui mobili, un modo per gestire il suo rapporto tormentato con il sesso: la moglie di Claes Oldenburg avrebbe poi ammesso che il marito aveva preso in prestito quell'idea senza riconoscerlo. E infine diventarono le «Infinity Rooms», stanze rivestite di specchi dove i visitatori si guardavano moltiplicarsi nel vuoto. Kusama insisteva che parlassero di auto-annullamento: farsi «uno dei pois tra i milioni di pois dell'universo».
La paura, tradotta in spettacolo, la rese una delle artiste più fotografate del pianeta. Le stanze arrivarono poco prima dell'iPhone, e i musei scoprirono che potevano riempire un intero edificio con la promessa di novanta secondi da soli davanti ai suoi specchi. Nel 2014 una delle sue prime «Infinity Nets» fu venduta da Christie's per 7,1 milioni di dollari, record per un'artista donna vivente. Cinque anni dopo lo batté da sola, a 8,1 milioni.
Dal 1977 in poi visse per scelta in un ospedale psichiatrico di Tokyo, dipingendo ogni giorno in uno studio che si era fatta costruire lì accanto proprio per questo. Le allucinazioni non se ne andarono mai. E non se ne andò nemmeno la disciplina di trasformarle in qualcosa per cui milioni di sconosciuti si sarebbero messi in fila.



