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IA nei musei: dove può aiutare e dove serve la supervisione umana

Un rapporto di Remuseum esamina come l’intelligenza artificiale possa rendere più accessibili le collezioni, organizzare le conoscenze e accompagnare la visita. Gli esempi mostrano anche che fonti, contenuti e modalità d’uso devono restare sotto il controllo del museo.

PT
2 ott 2026
3 min di lettura
Interno di uno spazio espositivo con una grande installazione digitale dai colori viola, rosa e arancione, composta da figure e intrecci di linee sovrapposte. Una persona osserva l’opera dal basso, evidenziandone le grandi dimensioni.
↳ Foto: The Art Newspaper - International art news and events · EDITORIAL

Quando l’American Alliance of Museums ha chiesto a 2.045 adulti statunitensi chi dovesse produrre i contenuti dei musei, oltre il 70% ha escluso l’uso dell’intelligenza artificiale nei testi delle mostre. Il 19% ha accettato che il personale la impiegasse per elaborare idee, ma non per scrivere i testi definitivi; il 9% si è dichiarato favorevole al suo utilizzo anche nelle esposizioni.

Il sondaggio, realizzato nel gennaio 2026, non riguardava però ogni possibile applicazione dell’IA. L’AAM precisa che non erano compresi alcuni impieghi interni, come la cura delle collezioni o l’identificazione dei reperti. La differenza è importante: le riserve più forti riguardano ciò che il museo comunica direttamente al pubblico.

Su questo confine si concentra Five Ways That AI Can Humanize Museums, il rapporto di Remuseum, progetto di ricerca indipendente ospitato dal Crystal Bridges Museum of American Art. Il documento nasce anche da un incontro organizzato nel gennaio 2026 con rappresentanti di sette musei statunitensi e presenta cinque ambiti di applicazione, dalla formazione del personale alle esperienze di visita.

Uno degli esempi riguarda il Cleveland Museum of Art, che utilizza l’IA per contribuire alla produzione di descrizioni visive delle opere. Prima di estendere il progetto alla collezione online, il museo ha elaborato una guida, sperimentato diversi modelli e scritto manualmente una serie di descrizioni da utilizzare come riferimento. I testi realizzati con il supporto dell’IA sono segnalati come tali e possono ricevere osservazioni dal pubblico. L’automazione permette di lavorare su un numero molto ampio di opere, ma non elimina la definizione dei criteri né la verifica dei risultati.

La National Gallery of Art di Washington sta invece usando l’IA per estrarre e riassumere informazioni dalla ricerca già prodotta dal museo e creare collegamenti tra le collezioni artistiche, bibliotecarie e archivistiche. L’obiettivo è valutare come contenuti nati per un pubblico specialistico possano essere organizzati e resi accessibili a persone con esigenze diverse. Anche in questo caso, il punto di partenza sono conoscenze selezionate e conservate dall’istituzione.

Al Crystal Bridges Museum of American Art, AskRosie propone un uso rivolto direttamente a chi visita il museo. Puntando il telefono verso un’opera, è possibile avviare una conversazione vocale basata sui dati della collezione, sui testi interpretativi e su materiali prodotti dal personale. Lo strumento è pensato per accompagnare l’osservazione senza richiedere codici o interrompere il rapporto visivo con l’opera.

Il rapporto riconosce le questioni legate alla proprietà intellettuale, ai dati, al lavoro, all’etica e all’impatto ambientale. Non le considera risolte e non sostituisce le politiche che ogni museo deve adottare. Formazione del personale, strumenti approvati e processi di supervisione sono indicati come condizioni necessarie per decidere quando l’IA sia appropriata e quando non lo sia.

Gli esempi non cancellano le riserve registrate dal sondaggio. Mostrano però una distinzione: l’IA può ampliare l’accesso alle conoscenze e offrire nuovi modi di incontrare le opere, ma le fonti utilizzate, i limiti dello strumento e la verifica dei contenuti restano responsabilità del museo.

Fonti

↳ COME LAVORIAMO CON L'AI