Nel febbraio 2023, davanti ai microfoni per la riapertura del Manchester Museum, ad Andy Burnham fu posta una domanda diretta: George Osborne, presidente del British Museum, dovrebbe restituire i marmi del Partenone alla Grecia? Non ci fu esitazione. «Sì», rispose. Pochi giorni dopo scrisse sui social: «Rimandiamoli indietro, senza condizioni. E usiamo la cultura per cambiare il modo in cui la Gran Bretagna viene vista nel mondo».
Quell'uomo oggi è il Primo Ministro del Regno Unito. E non parla più così.
Interpellato quest'anno dal Financial Times sugli stessi marmi, Burnham ha offerto qualcosa che somiglia a un'alzata di spalle travestita da rispetto istituzionale: «In fondo è una questione che riguarda il British Museum, no?». Ha aggiunto di essere «assolutamente favorevole» alla diplomazia culturale, espressione priva di qualunque peso legale e di qualunque scadenza. Il dipartimento alla cultura di Downing Street, sollecitato da The Art Newspaper, ha risposto in modo ancora più piatto: le decisioni sulla collezione spettano ai trustee del museo.
Questa è la vera storia, e non riguarda il marmo. Riguarda ciò che accade alle convinzioni quando incontrano gli ingranaggi del potere. Burnham non è un semplice spettatore di questa vicenda: nel 2002, da deputato di seconda fila, fu uno dei sette firmatari di una proposta di legge privata che tentava di modificare il British Museum Act del 1963, la stessa legge che oggi il museo cita come il muro contro cui non può nulla. Sa esattamente dove si trova l'ostacolo, e sa esattamente come rimuoverlo. Semplicemente, ha smesso di dirlo.
I marmi si trovano a Bloomsbury dal 1817, portati via dall'Acropoli da Lord Elgin quando era ambasciatore britannico presso la corte ottomana. La Grecia li reclama da generazioni. Nel 2022 fu lo stesso Osborne ad ammettere che «c'è un accordo da trovare». Oggi il direttore del museo, Nicholas Cullinan, indica come segnale di apertura l'arrivo, a luglio, dell'arazzo di Bayeux, prestato dalla Francia dopo che il presidente Emmanuel Macron ha riconosciuto che il suo paese aveva passato decenni a evitare proprio questo tipo di prestito. Cullinan lo definisce «un barlume di possibilità».
A cambiare, per Burnham, non è stata la legge. È stata la poltrona su cui siede. La distanza tra il sindaco che lanciava un ultimatum su Twitter e il premier che si rimette ai trustee racconta, meglio di ogni altra cosa, come il potere tenda ad ammorbidire le proprie certezze passate. Atene, nel frattempo, aspetta ancora di scoprire quale versione di lui governerà davvero.



