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Prisma.
Cultura dal mondo, in pillole
Dal passato

La chiusero con un lucchetto al piede, poi tornarono a poggiarle una falce sulla gola: temevano che non bastasse

Nella Polonia del Seicento una donna di rango fu sepolta con un lucchetto all'alluce e una falce di ferro sul collo, con la lama rivolta verso di lei. E forse un terzo oggetto, ancora senza nome, le fu messo in bocca.

PT
28 ago 2026
3 min di lettura
17th-century triangular iron padlock, discovered during an archaeological excavation in Pień, Poland.
↳ Foto: Smithsonian Magazine · EDITORIAL

Un piccolo lucchetto triangolare stretto attorno all'alluce del piede sinistro di una donna morta. Una falce di ferro poggiata di traverso sulla gola, con il taglio rivolto verso l'interno, verso la pelle, come se stesse ancora incidendo. Due gesti distinti, compiuti in due momenti distinti, dalle persone che seppellirono una giovane donna in quella che oggi è Pień, in Polonia, verso la metà del Seicento. E che poi tornarono.

È questo il dettaglio che ti ferma: tornarono. Chi mise il lucchetto lo fece al momento della sepoltura. Chi poggiò la falce tornò più tardi alla tomba, la riaprì, e distese la lama sul collo rivolta verso di lei, non lontano da lei. Dariusz Poliński, l'archeologo della Nicolaus Copernicus University che guida le indagini da quando la tomba è stata scoperta nel 2022, l'ha detto senza giri di parole alla CNN: due precauzioni significano una paura fuori dall'ordinario. Non un gesto isolato di nervosismo. Una comunità che aveva provato qualcosa, aveva deciso che non era abbastanza, e aveva riprovato.

Oggi la chiamano Zosia. Nessuno conosce il suo vero nome, come sia morta, né di cosa esattamente fosse accusata. Quello che il gruppo di ricerca è riuscito a ricostruire dopo quattro anni di analisi, in uno studio pubblicato quest'anno sul Journal of Archaeological Science: Reports, è quasi più strano del rito stesso. Sul palato sono emerse tracce di rame, manganese e oro: il segno che qualcosa, ancora non identificato, le fu messo in bocca o nel naso dopo la morte. Una terza cautela a cui nessuno ha ancora dato un nome. E sul cranio: fili di seta intessuti d'oro, i resti della rifinitura di una cuffia costosa. Zosia non era una mendicante né una vagabonda sconosciuta. Con ogni probabilità era una nobildonna, sepolta però tra i poveri e i reietti, in quello che i ricercatori ritengono fosse terreno sconsacrato, lontano da qualsiasi chiesa.

È questa contraddizione a fare la storia. Una donna con denaro, rango, tessuti pregiati d'importazione sul capo, finita chiusa a chiave e trafitta da una lama in una fossa riservata agli emarginati. La tesi di Poliński, in una dichiarazione del 2024, è che le sia toccata una disgrazia, che abbia subito un danno, oppure che qualcosa nel suo aspetto o nel suo comportamento avesse spaventato i vicini. Nel Seicento, quella paura non aveva bisogno di prove. Forestieri, eretici, orfani, donne morte di parto o per mano propria: chiunque poteva essere bollato come demoniaco, una categoria che le cronache di oggi appiattiscono nella parola «vampiro», termine che nell'uso comune non esisteva nemmeno, e sarebbe arrivato solo un secolo dopo. Il cimitero di Pień ha restituito più di una dozzina di sepolture simili sulle 101 esaminate finora, tra cui un bambino sepolto a faccia in giù con un lucchetto sotto il piede, e scheletri bloccati sotto le pietre. Casi analoghi sono affiorati in tutta Europa: in Italia, dove una donna è stata trovata con un mattone incastrato in bocca, e in Bulgaria, dove alcuni uomini erano stati trafitti al petto con un paletto.

Quello che continua a tormentare è la distanza tra i due oggetti. Un lucchetto a un alluce è discreto, quasi burocratico: una chiusura, un promemoria che dice resta. Una falce sulla gola, con la lama all'interno, è una minaccia con un filo tagliente. Da qualche parte, tra quelle due visite alla Tomba 75, la paura aveva cambiato forma. Nel 2024 lo scultore Oscar Nilsson ha ricostruito il suo volto a partire dalle ossa: occhi azzurri, capelli castano chiaro, naso largo, una giovane donna che nella ricostruzione appare del tutto comune. «Chi la seppelliva fece tutto il possibile per impedirle di tornare», ha detto Nilsson alla Reuters. «Noi abbiamo fatto tutto il possibile per riportarla in vita». La causa della morte resta ignota. Così come resta ignoto se fosse nata vicino a Pień o vi fosse arrivata da adolescente, in un villaggio che, non molto dopo, avrebbe deciso di doverla bloccare al suolo. Due volte.

Fonti

↳ COME LAVORIAMO CON L'AI