Un uomo cavalca dentro un paesaggio che va facendosi buio, il volto illuminato e indecifrabile, le zampe posteriori del cavallo stranamente piatte e senza vita contro il terreno. Da oltre un secolo mette in imbarazzo gli storici, non tanto per chi sia (su questo, del resto, nessuno ha certezze) quanto per chi lo abbia dipinto.
Il Cavaliere polacco è appeso alla Frick Collection di New York dal 1910, da quando l'industriale americano Henry Clay Frick lo comprò convinto di portarsi a casa un Rembrandt di qualità eccezionale. Per quasi tutto il Novecento nessuno ha davvero sostenuto il contrario. Poi, nel 1984, lo storico dell'arte Josua Bruyn, a capo del temutissimo Rembrandt Research Project, scrisse che il dipinto mostrava «affinità sorprendenti, per usare un eufemismo» con le opere giovanili di Willem Drost, uno degli assistenti di Rembrandt.
Quella singola frase esplose. Cominciò a girare la voce che il Rembrandt Research Project avesse silenziosamente depennato il dipinto dal catalogo ufficiale del maestro. Non era vero, ma il dubbio attecchì lo stesso, come fanno i dubbi. Gli studiosi iniziarono a scavare nel volto del cavaliere, che sembrava mancare della densità psicologica degli altri ritratti di Rembrandt, e nel paesaggio, che pareva cercare una profondità senza trovarla. La pennellata sul cavallo e sugli abiti del cavaliere apparve a qualcuno semplicemente sbagliata, la mano di chi imita Rembrandt invece di esserlo.
Ernst van de Wetering, forse il maggiore studioso di Rembrandt, scrivendo nel 2014 nell'ultimo volume del catalogo ragionato del Rembrandt Research Project, definì l'intera vicenda un «piccolo disastro». La verità, spiegò, era assai meno drammatica della diceria: il progetto aveva riconfermato il dipinto come autentico Rembrandt già nel 1997, un fatto che chissà come non riuscì mai a raggiungere il mito. Quello che era davvero accaduto alla tela, in confronto, era quasi banale. I dieci centimetri inferiori della tela erano stati danneggiati nell'Ottocento, e una striscia di lino nuovo era stata innestata e ridipinta, non proprio con maestria, per rattoppare le zampe e gli zoccoli posteriori del cavallo. Il quadro fu restaurato nel 1833 e nel 1877, pulito nel 1898 e di nuovo nel 1950. Il rattoppo «incompetente», e non la mano di Rembrandt, era con ogni probabilità ciò a cui generazioni di occhi avevano reagito.
In questa disputa lunga decenni si è ora inserito un algoritmo. Art Recognition, azienda di Zurigo fondata nel 2019 dalla fisica diventata autenticatrice d'arte Carina Popovici, ha fatto passare il Cavaliere polacco attraverso il proprio modello di intelligenza artificiale per misurare quanto del dipinto sia davvero opera di Rembrandt. Il sistema, come racconta Noah Charney sul Giornale dell'Arte, viene addestrato su fotografie del corpus certo di un artista accanto a esempi negativi scelti apposta: falsi noti, opere di allievi e seguaci, perfino imitazioni generate dall'intelligenza artificiale nello stile del maestro. Da questi il modello impara a riconoscere pennellata, uso del colore e abitudini compositive troppo minute per l'occhio da solo, poi restituisce una probabilità per l'opera contesa.
Il Cavaliere polacco, per ammissione della stessa Popovici, era un caso insolitamente difficile, proprio per la sua storia fatta di rattoppi: la striscia di tela innestata, le pulizie ripetute, la ridipintura ottocentesca stesa sopra l'originale. Eppure l'analisi del modello ha indicato esattamente il punto in cui erano intervenute le mani dei restauratori: gli zoccoli e la parte inferiore del cavallo, le stesse zone che Van de Wetering aveva già identificato basandosi solo sulle ricerche d'archivio.
La cosa notevole, qui, non è che una macchina abbia chiuso una discussione. Non l'ha fatto, e la stessa Popovici tiene a precisare che il suo strumento non può sostituire l'occhio esperto, solo affinarlo. Notevole è che decenni di conoscenza, scavo negli archivi e un episodio molto umano di panico accademico siano stati verificati, zona per zona, pennellata per pennellata, da un modello che di Rembrandt non ha mai visto nulla se non pixel. La macchina e gli studiosi vanno d'accordo. Le zampe del cavallo sono sempre state il problema. Solo che a dipingerle non era stato Rembrandt.



