Sopra il portale di una chiesa in una città mineraria del Brasile, un volto di pietra guarda la strada da circa due secoli, e sta perdendo la sua battaglia contro il tempo. È San Francesco d'Assisi, scolpito in un medaglione sulla facciata della Igreja de São Francisco de Assis di Ouro Preto, considerata uno dei capolavori di Aleijadinho, l'architetto e scultore che ha dato forma al barocco e al rococò brasiliani. Il volto mostra i suoi anni: crepe, erosione, il lento conto chimico presentato da duecento inverni ed estati. I restauratori documentarono i primi danni negli anni Venti del Novecento. Da allora non hanno più smesso di tenerlo d'occhio.
La novità è chi ha cominciato a guardarlo insieme a loro.
Nell'ultima settimana di agosto, a Belo Horizonte, si è tenuto un incontro che potrebbe trasformare una delle chiese più studiate dell'America Latina nel banco di prova di una delle tecnologie del patrimonio più ambiziose messe in campo in Europa. Franco Niccolucci, coordinatore scientifico di ARTEMIS, progetto finanziato dall'Unione Europea che costruisce quelli che chiama Reactive Heritage Digital Twins, era in Brasile come relatore principale di un colloquio internazionale alla Universidade Federal de Minas Gerais. Lì ha incontrato tre ricercatori, Luiz Souza, Willi de Barros Gonçalves e Yaci Ara Froner, che guidano gruppi impegnati sulla chiesa di São Francisco da tre punti di vista diversi: scienza della conservazione, modellazione digitale, storia dell'arte.
Un gemello digitale reattivo non è una scansione tridimensionale che dorme in una cartella. È pensato per comportarsi come un modello vivo: una replica digitale di un monumento o di un oggetto capace di assorbire nel tempo nuovi dati scientifici e di simulare cosa accade se si interviene in un modo anziché in un altro, prima che qualcuno tocchi la pietra vera. ARTEMIS ha sviluppato il concetto applicandolo a siti europei. Ouro Preto sarebbe il primo fuori dal continente.
La ragione per cui l'incastro sembra così promettente sta in quello che i brasiliani hanno già costruito. Decenni di lavoro sulla chiesa hanno prodotto un archivio di rara ricchezza: ricerca storica, analisi chimiche delle malte, termografia, immagini in fluorescenza ultravioletta, modelli digitali ottenuti con LIDAR, fotogrammetria e scansione 3D. E poi qualcosa di meno spettacolare ma decisivo: vocabolari condivisi, thesauri, standard di documentazione pensati per l'interoperabilità. È il lavoro invisibile che stabilisce se due infrastrutture di ricerca su due continenti diversi riusciranno davvero a parlarsi.
Sotto i dati c'è uno strato umano. La chiesa fu costruita tra la seconda metà del Settecento e la fine dell'Ottocento, finanziata e realizzata grazie alle congregazioni, gruppi di cittadini organizzati intorno a interessi e mestieri comuni. Quello sforzo collettivo ha avvolto l'edificio in un patrimonio immateriale di racconti e identità civica che fa ancora parte della vita di Ouro Preto, città la cui architettura coloniale intatta, nata dalla ricchezza dell'oro, le è valsa l'iscrizione nella lista del patrimonio mondiale UNESCO.
Se la collaborazione andrà avanti come discusso, il gemello digitale del medaglione non si limiterà a conservare informazioni. I ricercatori potranno simulare i trattamenti proposti, verificarne le conseguenze in forma virtuale prima di impegnarsi su quella reale, e usare strumenti di intelligenza artificiale simili ai sistemi Oracle e ARTEMISIA già sviluppati da ARTEMIS per interrogare direttamente la base di conoscenza accumulata.
Per ora esiste soltanto un'apertura: un incontro, un archivio condiviso, una tabella di marcia ancora da scrivere. Ma se tiene, un santo di pietra scolpito da un artista disabile nel Brasile coloniale, affacciato su una strada costruita col denaro dell'oro, finirà per insegnare agli scienziati del patrimonio europei come pensare la conservazione di monumenti lontani un oceano.

