Per la prima volta dopo circa settecento anni, tre parti di uno stesso manoscritto sono tornate nel luogo dal quale ebbe inizio la loro dispersione. Provengono da Cividale del Friuli, Praga e Venezia e sono ora presentate insieme a Palazzo Meizlik, ad Aquileia, nella mostra Il Vangelo di Marco. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo, aperta fino al 25 aprile 2027.
La riunione sarà completa soltanto per un periodo limitato. Gli originali conservati a Praga e a Cividale potranno essere esposti nelle prime sei settimane; successivamente saranno sostituiti da riproduzioni digitali ad alta risoluzione. La teca-reliquiario veneziana rimarrà invece visibile per tutta la durata della mostra. La fragilità della pergamena stabilisce così le condizioni dell’incontro: ricomporre la storia del manoscritto non significa poter ignorare ciò che sette secoli hanno lasciato sulla sua materia.
Il Vangelo di Marco apparteneva originariamente al Codex Forojuliensis, noto anche come Evangeliario di Cividale: un manoscritto latino dei quattro Vangeli, realizzato probabilmente a Ravenna nel VI secolo e scritto in caratteri onciali, la grafia solenne impiegata nei libri sacri. Giunto ad Aquileia nella seconda metà del IX secolo, fu sottoscritto dal patriarca Teodemaro.
Il valore del codice, tuttavia, non dipendeva soltanto dal testo che custodiva. Fra il IX e il X secolo i margini delle sue pagine furono utilizzati come Liber vitae, il Libro dei viventi. Vi furono registrati oltre 1.500 nomi di persone che una comunità religiosa si impegnava a ricordare nelle proprie preghiere.
Accanto a sovrani e figure di rilievo — come l’imperatore Ludovico II, la consorte Ingelberga e il principe della Grande Moravia Svatopluk — comparivano uomini e donne legati in modi diversi al monastero e alla sua rete di relazioni. Il libro raccoglieva quindi due forme di memoria: quella trasmessa dal racconto evangelico e quella affidata alle sue pagine da persone che chiedevano di non essere dimenticate.
Tra il XII e il XIII secolo, i sette fascicoli contenenti il Vangelo di Marco, formati da quaranta fogli, furono separati dal resto del codice e rilegati autonomamente. La nuova coperta, realizzata con lamine d’argento dorato, conferì al volume l’aspetto e la funzione di un reliquiario.
Almeno dal XIV secolo, un inventario del tesoro patriarcale documenta la convinzione che quelle pagine fossero state scritte direttamente dall’evangelista Marco. La ricerca storica le data invece al VI secolo. È importante mantenere distinti i due piani: l’attribuzione a Marco non ci dice chi abbia materialmente copiato il testo, ma ci aiuta a comprendere il valore riconosciuto al manoscritto nel Medioevo.
Ritenere quelle pagine un autografo dell’evangelista trasformava infatti il libro in una reliquia. Non conservava soltanto le sue parole: secondo quella tradizione, portava la traccia fisica della sua mano. Possedere una simile testimonianza significava poter rivendicare un legame diretto con le origini apostoliche del cristianesimo.
Per Aquileia questo legame aveva una particolare importanza. La tradizione attribuiva a Marco la prima evangelizzazione dell’alto Adriatico e contribuiva a sostenere il ruolo religioso della città nei rapporti con Grado e, successivamente, con Venezia. Il manoscritto entrò quindi in una storia nella quale devozione, identità territoriale e autorità istituzionale non possono essere separate con facilità.
Anche la sua divisione riflette questa rete di poteri.
Nel 1354 Carlo IV di Lussemburgo ottenne dal patriarca di Aquileia, il fratellastro Niccolò, alcune pagine destinate alla cattedrale di San Vito a Praga. Il frammento fu collocato in un reliquiario ornato e conservato vicino alla tomba di san Venceslao. La sua presenza stabiliva una relazione simbolica fra la corte imperiale, il santo patrono della Boemia e la tradizione apostolica di Marco.
Un’altra parte rimase ad Aquileia fino alla conquista veneziana del 1420 e fu successivamente trasferita a Venezia, la città che custodiva le reliquie dell’evangelista e che aveva costruito intorno a san Marco una componente fondamentale della propria identità politica. Le condizioni ambientali della laguna compromisero progressivamente la leggibilità delle pagine, oggi conservate nel Tesoro della Basilica di San Marco.
Il resto del codice è custodito a Cividale del Friuli. I tre nuclei non sono soltanto ciò che rimane di un libro diviso: documentano i differenti significati che quello stesso oggetto ha assunto passando da una comunità e da un’istituzione all’altra.
La mostra di Aquileia li riunisce grazie alla collaborazione fra enti civili, religiosi e museali italiani e cechi. Il frammento di Praga, considerato patrimonio indivisibile dello Stato e del popolo ceco, ha lasciato per la prima volta il Paese. Anche questo passaggio appartiene alla storia contemporanea del manoscritto: dopo essere stato trasferito come segno di prestigio e autorità, oggi torna ad Aquileia attraverso un accordo di cooperazione culturale.
Per sei settimane sarà possibile vedere insieme gli originali che il tempo, le decisioni politiche e le esigenze devozionali hanno separato. Poi alcuni di essi torneranno nei luoghi che li custodiscono e saranno sostituiti da immagini digitali.
L’unità ricostruita dalla mostra non cancella dunque la frammentazione. Permette piuttosto di leggerla: nelle parti superstiti, nei nomi aggiunti ai margini, nei reliquiari costruiti per proteggerle e nelle istituzioni che ancora oggi ne condividono la responsabilità.



