Giovedì, verso le due del pomeriggio, due uomini hanno comprato un biglietto (o forse non ne avevano nemmeno bisogno) e sono entrati al Museum für Angewandte Kunst di Vienna con l'aria di chiunque altro fosse lì per guardare i gioielli. Nel giro di pochi minuti uno dei due ha estratto un'arma. L'altro ha mandato in frantumi una teca di vetro. Hanno preso una collana di diamanti, che secondo le prime stime vale diverse centinaia di migliaia di euro, e sono tornati in strada prima che qualcuno potesse fermarli.
Nessun ferito. È quasi il dettaglio più strano di tutta la vicenda, considerando quante persone erano abbastanza vicine da vedere ogni cosa. Secondo il quotidiano austriaco Krone.at, il furto si è consumato davanti a diversi testimoni, dentro una sala aperta al pubblico, alla luce del giorno, senza una colluttazione. E il MAK non è un'istituzione defilata in fondo a una viuzza: si affaccia sulla Ringstrasse, uno dei viali più solenni di Vienna. La teca sfondata faceva parte di Glanzstücke, la mostra che raccoglie oltre trecento pezzi della maison francese Van Cleef & Arpels, fondata nel 1906 in place Vendôme, a Parigi.
Giovedì sera la polizia viennese ha diffuso i fotogrammi delle telecamere di sorveglianza con i volti dei due uomini, nella speranza che qualcuno li riconosca. Fino a notte fonda gli agenti continuavano a cercare tracce sul posto e a rivedere le registrazioni, mentre le pattuglie battevano l'Innere Stadt. Finora la caccia non ha portato a nulla.
Quello che vale la pena guardare da vicino non è tanto il furto in sé, quanto la sua assoluta normalità, fino al preciso istante in cui normale non lo è stato più. I furti nei musei tendono a stare in due registri: il colpo studiato per anni nei minimi dettagli, oppure il mordi e fuggi che riesce proprio perché nessuno se lo aspetta. Questo somiglia al secondo tipo. Due uomini hanno superato gli stessi controlli che lasciano passare qualunque visitatore, usando la folla, e non la sua assenza, come copertura.
La collana è ancora sparita. E così i due uomini, visti l'ultima volta sulle telecamere del museo, immortalati proprio dalla tecnologia che avrebbe dovuto proteggere ciò che hanno portato via.



