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Mirabilia

Un modello digitale per studiare Ötzi senza intervenire ogni volta sulla mummia

Fotografie ad alta risoluzione, tomografia computerizzata e tecniche di intelligenza artificiale riuniscono in un unico ambiente digitale la superficie del corpo, la sua anatomia interna e gli oggetti ritrovati insieme alla mummia.

PT
16 set 2026
4 min di lettura
Un operatore in tuta protettiva fotografa una mummia umana all’interno di una struttura refrigerata, utilizzando una fotocamera montata su un treppiede.
↳ Foto: IFLScience · EDITORIAL

Ötzi è conservato al Museo Archeologico dell’Alto Adige in una cella frigorifera progettata per mantenere condizioni simili a quelle che ne hanno permesso la conservazione per oltre cinquemila anni. Un sottile strato di ghiaccio protegge gran parte della pelle, ma rende più difficile fotografarne la superficie: riflette la luce e può nascondere alcuni particolari.

Ogni nuova indagine deve quindi confrontarsi con una responsabilità precisa. Studiare il reperto significa acquisire informazioni; avvicinarlo, illuminarlo o sottoporlo ripetutamente a esami significa anche intervenire sul delicato equilibrio che ne garantisce la conservazione.

Per ridurre questa necessità, il Museo ha affidato ad Arc-Team la realizzazione di una documentazione tridimensionale ad altissima risoluzione della mummia e degli oggetti che la accompagnavano. Il risultato viene definito un “gemello digitale”: non una semplice riproduzione visiva, ma un sistema che mette in relazione dati ottenuti con tecniche differenti. Il progetto è stato presentato nel 2025 all’XI Congresso mondiale di studi sulle mummie a Cusco e descritto più estesamente in uno studio scientifico pubblicato nel 2026.

Il modello esterno del corpo è stato costruito a partire da 1.294 fotografie ad alta risoluzione. Attraverso la fotogrammetria, le immagini scattate da posizioni diverse sono state confrontate per ricostruire la forma tridimensionale della mummia. A questa documentazione sono stati collegati i dati di una tomografia computerizzata dell’intero corpo, realizzata nel 2021.

Le due tecniche mostrano aspetti complementari. La fotogrammetria registra la superficie visibile: la forma del corpo, la pelle e le sue variazioni. La tomografia permette invece di osservare le strutture interne senza aprire o sezionare la mummia. La loro integrazione consente di passare dalla superficie all’anatomia mantenendo la corrispondenza fra i diversi livelli di informazione.

La difficoltà non consisteva soltanto nel raccogliere molte immagini. Ötzi non poteva essere spostato e fotografato come un oggetto comune. Il ghiaccio e l’umidità producevano riflessi, mentre alcune parti del corpo erano difficili da raggiungere. Il gruppo di ricerca ha quindi affiancato alla fotogrammetria altre tecniche, tra cui la fotografia polarizzata e sistemi di intelligenza artificiale impiegati per elaborare superfici complesse e riflettenti.

Il progetto comprende anche gli oggetti rinvenuti con la mummia: manufatti in pelle, pelliccia, legno, selce e rame, tra i quali il copricapo di pelle d’orso, parti dell’abbigliamento, la cintura, l’ascia e le punte di freccia. Materiali tanto diversi reagiscono alla luce in modo differente e hanno richiesto soluzioni specifiche per essere documentati.

Il modello collega così il corpo al suo contesto materiale. Gli oggetti non appaiono come accessori aggiunti a una ricostruzione, ma come fonti necessarie per comprendere la persona, le sue conoscenze tecniche e l’ambiente nel quale viveva.

Uno degli impieghi più importanti riguarda il monitoraggio. Una documentazione tanto precisa permette di registrare le condizioni della mummia e dei reperti in un determinato momento. Confrontando acquisizioni successive, sarà possibile individuare eventuali cambiamenti delle superfici e valutare l’efficacia delle misure di conservazione.

Il modello può inoltre consentire a chi fa ricerca di esaminare alcuni dati senza richiedere ogni volta un nuovo accesso al reperto originale. Non elimina la necessità di studiare direttamente la mummia quando la domanda scientifica lo richiede, ma permette di distinguere gli esami indispensabili da quelli che possono essere svolti utilizzando la documentazione già disponibile.

Il progetto è stato realizzato interamente con software libero e open source. Questa scelta non riguarda soltanto il costo degli strumenti: punta a rendere i procedimenti verificabili e riproducibili e a ridurre il rischio che i dati diventino inutilizzabili quando un programma proprietario viene modificato o non è più disponibile.

Il Museo indica inoltre come obiettivo la futura accessibilità del modello attraverso il web. Occorre però distinguere il modello di ricerca dall’esperienza destinata al pubblico: sulla base delle informazioni disponibili, l’applicazione web completa non risulta ancora pubblicata. Presentarla come già accessibile sarebbe quindi prematuro.

Definire questa documentazione un “gemello digitale” non significa sostenere che possa sostituire Ötzi. Il corpo conservato rimane la fonte dalla quale provengono i dati e alla quale ogni interpretazione deve tornare. Il modello svolge una funzione diversa: riunisce osservazioni che sul reperto non possono essere compiute tutte insieme e consente di condividerle senza ripetere inutilmente le acquisizioni.

La tecnologia, in questo caso, non allontana dalla materia. Aiuta a stabilire quando sia davvero necessario tornare a interrogarla direttamente e quando, invece, sia più responsabile lavorare sulle informazioni già raccolte.

Fonti

↳ COME LAVORIAMO CON L'AI