Tra gli oggetti esposti ci sono i pantaloni da equitazione della principessa Murat. All’interno presentano rinforzi cuciti lungo le cosce, un dettaglio che suggerisce che cavalcasse a cavalcioni anziché seduta di lato sulla sella. Pur appartenendo a una fase successiva rispetto al nucleo ottocentesco della mostra, introducono con immediatezza uno dei suoi temi principali: il rapporto tra abito, movimento e possibilità di agire.
La questione non è soltanto se le donne indossassero pantaloni, ma che cosa quegli abiti rendevano possibile.
L’equitazione fu uno dei primi ambiti in cui alcune donne entrarono in rapporto con la sartoria maschile. La curatrice Marine Kisiel spiega che le cavallerizze rappresentavano un’eccezione alla consuetudine che vedeva le sarte vestire le donne e i sarti gli uomini. Per loro venivano realizzati abiti con tagli, materiali e imbottiture propri dell’abbigliamento maschile. Sotto le gonne, i pantaloni avevano soprattutto una funzione pratica: permettevano un modo diverso di cavalcare.
Con la diffusione della bicicletta, ciò che prima poteva restare nascosto diventò più visibile. Alcune donne adottarono i bloomers, pantaloni ampi che facilitavano la pedalata. Proprio questa visibilità suscitò reazioni e caricature, perché quel tipo di abbigliamento metteva in discussione la separazione convenzionale tra abiti femminili e maschili. La mostra ricorda però che il costume da ciclista non aveva per tutte lo stesso significato: poteva essere una soluzione pratica, ma anche un modo di presentarsi nello spazio pubblico.
Lo stesso rapporto tra funzione e immagine emerge nel lavoro. La mostra comprende il guardaroba di Juliette Caron, indicata come la prima donna falegname di Francia, composto anche da una blusa e pantaloni larghi.
Per la pittrice Rosa Bonheur, la scelta degli abiti rispondeva alle esigenze concrete della professione ma contribuiva anche alla costruzione della propria immagine. Kisiel racconta che Bonheur chiese il permesso di indossare abiti maschili sostenendo che fossero la sua tenuta da lavoro. Abiti conservati al Château de By e documenti d’acquisto permettono oggi di conoscere il suo guardaroba senza ricostruirlo soltanto attraverso i ritratti.
Verso la fine del secolo, anche il completo da donna accompagnò l’ingresso in ambienti come l’università e in professioni tradizionalmente associate agli uomini. Le riviste di moda cercavano talvolta di attenuarne l’aspetto suggerendo l’aggiunta di una gonna.
Il percorso arriva infine all’abbigliamento come forma di autorappresentazione. Colletti, cravatte e ritratti mostrano come il modo di vestirsi potesse contribuire non soltanto a rendere possibili determinate attività, ma anche a definire la propria presenza nello spazio sociale.



