Nel 1843 una contessa di trentasei anni si sedette a tradurre un articolo accademico dal francese e finì per scrivere qualcosa che non sarebbe esistito come oggetto funzionante per altri cent'anni: un programma per computer. Non aveva alcun computer su cui farlo girare. La macchina per cui scriveva, la Macchina Analitica di Charles Babbage, non fu mai terminata. Viveva solo nei disegni, in qualche prototipo d'ottone e nell'immaginazione irrequieta del suo inventore. Ada Lovelace programmò un dispositivo che non esisteva per uno scopo che nessuno aveva ancora un nome, e ci prese.
Era figlia di Lord Byron, il poeta, anche se lo conobbe appena. Sua madre, Anne Isabella Milbanke, terrorizzata dall'idea che la figlia potesse ereditare l'instabilità romantica del padre, la fece istruire in modo intensivo nella matematica e nella musica. Funzionò, in un modo che nessuno aveva previsto. Lovelace incontrò Babbage, già noto per la sua Macchina Differenziale, un aggeggio a manovella alto poco più di mezzo metro, con duemila parti d'ottone, costruito per calcolare tavole matematiche. Lui stava lavorando a qualcosa di molto più ambizioso: la Macchina Analitica, un dispositivo che in linea di principio poteva ricevere istruzioni ed eseguire qualsiasi sequenza di operazioni gli venisse data.
Quando il matematico italiano Luigi Menabrea pubblicò in francese un articolo che descriveva la Macchina Analitica, nel 1842, Babbage chiese a Lovelace di tradurlo in inglese. Lei ci lavorò nove mesi febbrili, e quello che consegnò non era una traduzione. Era una traduzione con una serie di Note in appendice, lunghe tre volte l'articolo originale, che andavano ben oltre la spiegazione della macchina di Babbage. Secondo il progetto Women in Science del San Diego Supercomputer Center, quelle Note sono l'intera fonte della sua fama duratura, e a ragione: al loro interno Lovelace descrisse quello che in seguito sarebbe stato riconosciuto come un algoritmo, un metodo passo dopo passo perché la Macchina Analitica calcolasse i numeri di Bernoulli. È considerato il primo programma per computer mai scritto, per un computer che non sarebbe stato costruito per un secolo.
Stephen Wolfram, che ha passato anni a esaminare la corrispondenza originale tra Lovelace e Babbage per mettere fine alla disputa sulla sua eredità, ha trovato lettere che, a suo dire, somigliano molto alle email di lavoro di oggi, solo vestite di inglese vittoriano. Ciò che ha trovato è una donna che si vedeva come colei che spiegava le idee di Babbage, verificando le proprie affermazioni con lui a ogni passo, eppure, nella sua ricostruzione, chiaramente alla guida del lavoro. Lo stesso Babbage sembra aver percepito che lei si era spinta più in là di quanto si riconoscesse. Quando le sue note apparvero a stampa, le disse che avrebbe dovuto scrivere un articolo originale. Michael Faraday la definì la stella nascente della scienza.
Ciò che rendeva unica la sua scrittura non era solo il codice in sé, ma il salto che compì oltre di esso. Dove Babbage vedeva una macchina per macinare numeri, Lovelace descriveva qualcosa di più vicino a quello che oggi chiameremmo un computer di uso generale, un dispositivo adatto, per usare le sue parole, a sviluppare e tabulare qualsiasi funzione. Ipotizzò che una macchina simile potesse un giorno manipolare non solo numeri ma simboli, perfino musica, generando composizioni di qualsiasi grado di complessità. Nessun altro, scrivendo della Macchina Analitica nel 1843, ragionava in quei termini.
Gli storici hanno discusso per decenni su quanto merito spetti a lei piuttosto che a Babbage. Alcuni l'hanno dipinta come una brillante divulgatrice che abbelliva le idee di un altro; altri come la vera visionaria della coppia. Wolfram, dopo aver setacciato l'archivio di persona, si schiera con l'idea che fu Ada a concepire ciò di cui la Macchina Analitica avrebbe dovuto essere capace, uno slancio immaginativo che superava il suo stesso inventore.
Non riuscì mai a vedere se avesse ragione. Esclusa dalla biblioteca della Royal Society perché donna, e colpita da una grave malattia intorno ai trent'anni, Lovelace morì di cancro a trentasei anni. Le sue Note scivolarono nell'oscurità per decenni, prima che gli storici dell'informatica riscoprissero ciò che aveva scritto. Aveva descritto la logica del software prima che esistesse l'hardware per eseguirlo, per una macchina che viveva solo in frammenti d'ottone e progetti su carta, e ci era arrivata prima di tutti.



