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Cultura dal mondo, in pillole
Mirabilia

Al Centro Pecci, Serena Becagli dà forma a una relazione che cambia

Attraverso fotografie, titoli e riferimenti all’arte contemporanea, la curatrice racconta come la demenza abbia trasformato il tempo condiviso con la madre Antonella Napoli e la propria esperienza di cura.

PT
19 set 2026
3 min di lettura · 3 min di ascolto
Ritratto fotografico di una donna con capelli corti e bianchi, sorridente e con le braccia incrociate, davanti a una parete sulla quale sono esposte diverse fotografie e immagini di una mostra.
ritratto di Serena Becagli Ph. Daria Ivleva, cortesemente da Centro Pecci↳ Foto: Artribune · EDITORIAL
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Una banana avvolta nella carta stagnola, alcune monete inserite in una saponetta, le posate infilate in un rotolo di carta da cucina per essere asciugate. Sono azioni compiute da Antonella Napoli nella vita quotidiana e diventate il punto di partenza di Mamma Mia Museum, il progetto fotografico ideato e curato dalla figlia Serena Becagli.

Curatrice nata a Firenze nel 1973, Becagli ha iniziato a condividere queste immagini sui social nel 2020, quando la madre manifestava i primi sintomi della demenza. In quel periodo Antonella la accompagnava a riunioni, sopralluoghi, inaugurazioni e visite ai musei. La necessità di conciliare il lavoro con la cura ha trasformato il loro modo di stare insieme e il rapporto di entrambe con gli spazi dell’arte.

Serena ha cominciato a fotografare alcuni accostamenti e spostamenti di oggetti realizzati dalla madre. Ha poi attribuito alle immagini titoli e didascalie, riconoscendo in quelle situazioni richiami alle opere e ai gesti dell’arte contemporanea. Nel 2024 il materiale raccolto è diventato una prima mostra di 21 fotografie.

È importante distinguere le azioni di Antonella dalla loro trasformazione in opere. Le fotografie non possono dirci quale significato lei attribuisse a quei gesti. Documentano lo sguardo con cui Serena li ha osservati, selezionati e inseriti in un nuovo contesto. Questa distinzione non riduce la presenza di Antonella: permette invece di riconoscerla senza attribuirle intenzioni artistiche che non possiamo conoscere.

Alcuni riferimenti sono espliciti. In Ho incartato la banana di Cattelan, una banana avvolta nella stagnola entra in relazione con l’opera di Maurizio Cattelan. Il tentativo di tagliare con le forbici alcuni granelli di zucchero richiama invece le azioni impossibili di Gino De Dominicis. Il linguaggio dell’arte offre a Serena uno strumento per osservare quei momenti e restituirli senza ridurli esclusivamente a manifestazioni della malattia.

Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato presenta ora il progetto nella mostra La rivoluzione siamo noi, aperta fino al 1° novembre 2026. L’esposizione comprende 25 fotografie, quattro delle quali inedite, insieme a frammenti video e immagini delle visite compiute da Serena e Antonella in musei e gallerie. Il titolo richiama l’opera di Joseph Beuys visibile alle spalle di Antonella in uno degli scatti.

Con il progredire della demenza e le crescenti difficoltà di movimento della madre, Serena ha dovuto ridurre alcune attività e ripensare il proprio tempo. Costruire il progetto le ha permesso di mantenere un rapporto con il mondo dell’arte e, nello stesso tempo, di dare una forma condivisibile ai cambiamenti entrati nella loro vita.

Qui l’arte non è presentata come una cura né come una fuga. Diventa un modo per prestare attenzione, stabilire relazioni e dare un nome a esperienze che spesso rimangono confinate nello spazio privato. La storia resta quella precisa di Antonella Napoli e Serena Becagli: una madre e una figlia la cui relazione cambia, mentre lo sguardo dell’arte cerca di accompagnarne le trasformazioni.

Fonti

↳ COME LAVORIAMO CON L'AI