Gli avevano messo sotto la testa un cuscino imbottito d'erba, e accanto al corpo qualcuno aveva deposto tre bastoni ricavati dal legno di melo. La bara era di quercia, da un albero abbattuto intorno al 1079: poco più di dieci anni dopo che Guglielmo il Conquistatore aveva attraversato la Manica e cambiato per sempre l'Inghilterra. Gli archeologi che alla fine degli anni Settanta trovarono la tomba nella chiesa di St Peter's a Barton-upon-Humber lo soprannominarono Conquest Man, l'uomo della Conquista. Oggi una nuova analisi del suo DNA e dei suoi denti ha fatto qualcosa che nessuno si aspettava: gli ha restituito una faccia.
La ricostruzione digitale, realizzata dal Face Lab della Liverpool John Moores University per English Heritage, mostra un uomo tarchiato, con labbra sottili e l'attaccatura dei capelli arretrata, morto fra i cinquanta e i sessant'anni, alto poco più di un metro e cinquanta, con le ossa segnate da diverse fratture rimarginate. Era stato sepolto in una chiesa privata appartenente a uno dei cavalieri di Guglielmo: un posto di riguardo per qualcuno i cui oggetti funerari indicano tutt'altra direzione, cioè la Scandinavia.
«Sono affascinato da questo individuo, quest'uomo della Conquista, da vent'anni», racconta Kevin Booth, responsabile delle collezioni di English Heritage, che ha coordinato lo studio. Lo stronzio presente nei denti suggerisce che sia cresciuto lì, nella zona di Barton-upon-Humber. Ma i livelli di ossigeno nello stesso smalto raccontano una storia più fredda: parte dell'adolescenza potrebbe averla passata molto più a nord. E i bastoni di melo corrispondono a usanze funerarie documentate in Scandinavia, non in Inghilterra.
L'ipotesi di Booth è che Conquest Man sia nato durante il regno di Canuto, il sovrano scandinavo che governò l'Inghilterra dal 1016 al 1035, e che abbia attraversato il Mare del Nord da giovane, dentro quella stessa ondata di coloni scandinavi che da due secoli stava ridisegnando l'Inghilterra settentrionale. Se sia mai stato sul campo di Hastings, se fosse sassone, normanno o nessuno dei due, non lo può dire nessuno.
Quello che oggi si può dire è che aspetto avesse. «Poter guardare il suo volto è come sentire che quasi possiamo parlargli», ha dichiarato Booth a English Heritage. Al Times l'ha messa più semplice: «È bello dare un volto a un numero». Da qualche parte fra un cuscino d'erba e lo stronzio dentro un molare, uno scheletro senza nome è tornato a essere una persona.



