In una vetrina dell'Appartamento del Doge, a Palazzo Ducale, c'è un cavallino di bronzo che sembra il progenitore in miniatura dei «Cavallo e cavaliere» che Marino Marini avrebbe scolpito dal 1936, venticinque secoli più tardi. È uno degli oggetti più piccoli di una mostra che si apre con qualcosa di molto più rumoroso: i bronzi di San Casciano, statuette votive ed ex voto anatomici riemersi dal fango a partire dal 2019 in uno dei complessi termali più significativi dell'antichità, e che hanno contribuito all'impennata dell'«etruscomania» di questi anni.
Quei bronzi però sono un tassello, non il quadro. «Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari», visitabile a Palazzo Ducale fino al 29 settembre e riallestita in autunno alla Fondazione Luigi Rovati di Milano, racconta il rapporto dell'Italia antica con la sacralità delle acque, e in particolare quello di due popoli confinanti.
Nel primo millennio avanti Cristo gli Etruschi conquistano la supremazia culturale e commerciale su larga parte della penisola, con un'eccezione: l'area dei Veneti, a nordest. Contatti e contaminazioni ci furono, inevitabilmente. Ma su vari aspetti cruciali della vita, della religione e della struttura sociale, come mostrano le ricerche condotte per l'esposizione, i due popoli mantennero sempre la propria indipendenza.
Il filo che la mostra segue è l'acqua: sorgenti salutifere e località termali, che entrambe le culture consideravano soglie verso il divino, luoghi di guarigione e insieme motori di scambio, commerciale e culturale. Da qui il percorso. Le fonti curative dell'Etruria, da Vulci a Chiusi e Chianciano fino a San Casciano dei Bagni; il santuario Fontile di Marzabotto, già in area padana; e sul versante veneto Montegrotto, San Pietro Montagnon, Lagole di Calalzo. Poi i santuari legati ai porti marittimi e fluviali, da Pyrgi a Spina e Adria, fino a Este e Altino, la località più prossima a Venezia.
Le prime sale sono etrusche, e la qualità è quella: sculture in pietra e in bronzo di assoluta raffinatezza, di cui la Testa di Leucothea da Pyrgi è soltanto un esempio, e accanto vasi decorati e manufatti di pregio e di uso quotidiano. Dove è possibile, ogni sezione prova a ricostruire il contesto in cui quegli oggetti stavano, o quello in cui sono stati ritrovati.
Risalendo idealmente verso nord si cominciano a scorgere i punti di contatto. I Veneti, sottolinea Giuseppe Sassatelli in catalogo, conoscevano molto bene la civiltà dell'Italia centrale, ne apprezzavano i prodotti artigianali, ne guardavano con attenzione le mode e lo stile di vita. Non li accolsero però in modo generalizzato, salvo per alcuni aspetti. Anche le loro pratiche sacre erano legate alle acque, ma le rappresentazioni degli dèi locali risultano più evanescenti rispetto a quelle dei vicini, molto più dediti ai culti religiosi e alla costruzione di santuari monumentali, che in area veneta mancano del tutto. Il loro genio prese un'altra strada: l'arte delle situle, i vasi di bronzo ricchi di decorazioni, e i cavalli. Come quello nella vetrina.
Il confronto fra le capacità artistiche dei due popoli, va detto, è impietoso: elegantissimi e realistici gli Etruschi, ingenui ed elementari i Veneti. Ma il punto della mostra non è la classifica. È che due popoli possano condividere lo stesso istinto verso l'acqua, guardarsi per secoli, commerciare, ammirarsi, e restare comunque due cose diverse.



