Nella notte del 22 marzo una banda è entrata nella Fondazione Magnani Rocca, a Mamiano di Traversetolo, nella campagna parmense, ed è uscita con tre opere per un valore complessivo di 9 milioni di euro: un acquerello di Cézanne, un olio di Renoir, un'acquatinta di Matisse. Il 2 settembre, quasi sei mesi dopo, tutte e tre sono rientrate nella Sala Goya del museo e sono state riconsegnate a chi lo dirige.
A riportarle indietro non è stata la fortuna, ma un lavoro paziente di indagine. I carabinieri di Parma e il nucleo per la tutela del patrimonio culturale di Bologna, coordinati dalla procura di Parma, hanno seguito le tracce dei dipinti mentre i ladri cercavano di farli uscire dall'Italia. «I ladri stavano cercando di vendere le opere all'estero», ha detto il comandante provinciale dei carabinieri Andrea Pagliaro. È il dettaglio che spiega la fretta degli inquirenti: quando un quadro così attraversa una frontiera e finisce in una collezione privata, può sparire per decenni.
Nove persone sono state indagate; cinque, tutte di origine moldava, sono state arrestate con accuse che comprendono l'associazione a delinquere e il furto. Il caso racconta qualcosa che in Italia si tende ancora a rimuovere: il furto d'arte non è quasi mai l'impresa del solitario ossessionato, con la scala e il rancore. È sempre più affare di reti organizzate che trattano i dipinti come altri trattano le auto rubate, spostandoli in fretta, oltre confine, verso compratori che non fanno domande.
Vale la pena guardare da vicino ciò che è tornato a casa. «Tasse et plat de cerises» di Cézanne, acquerello valutato circa 6 milioni di euro, e «Les Poissons» di Renoir, intorno ai 3 milioni, sono esattamente il genere di soggetto domestico e minimo, una tazza con delle ciliegie, un piatto di pesci, che rese rivoluzionari entrambi i pittori: avevano trovato lo straordinario in ciò che nessuno guardava. L'«Odalisque sur la Terrasse» di Matisse, acquatinta valutata 20.000 euro, è la più modesta delle tre sul mercato, e non per questo meno parte della storia.
«Sono stati mesi difficili, questa è una giornata straordinaria», ha detto Gino Gandolfi, presidente della Fondazione, alla cerimonia di riconsegna. È un sollievo di un tipo raro per un'istituzione: non la soddisfazione astratta di un fascicolo chiuso, ma tre oggetti precisi, tornati su tre pareti precise, dove chiunque può entrare e rimettersi a guardarli.



