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Prisma.
Cultura dal mondo, in pillole
Dal passato

L'Atena di Taranto è tornata a casa, ma senza la sua storia: e il museo ha deciso di esporre proprio quel vuoto

Venti reperti transitati dalla rete di Robin Symes, tra cui una testa marmorea monumentale di Atena, tornano dal Met a Taranto. Il museo ha scelto di mettere in mostra l'indagine, non soltanto gli oggetti.

PT
4 set 2026
3 min di lettura
Testa in marmo della dea Atena (fine del III e del II secolo a.C.) Foto: Museo archeologico nazionale di Taranto
↳ Foto: finestresullarte.info · EDITORIAL

Sulla sommità del cranio di Atena c'è un incavo. Serviva a incastrare un elmo, di bronzo o di marmo, che nessuno ha mai visto. La testa è a Taranto, adesso, e nessuno sa dire dove si trovasse quando era intera: probabilmente un'immagine votiva della dea, a grandezza naturale o poco più, collocata all'aperto in un momento imprecisato fra la fine del III e del II secolo a.C. Poi è sparita dentro il mercato ed è riemersa decenni dopo nei depositi del Metropolitan Museum di New York, una riga in un registro di perdite molto più lungo.

Il 16 dicembre il Museo Archeologico Nazionale di Taranto ha inaugurato «Memorie trafugate», costruita intorno a venti oggetti recuperati dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e rimpatriati dal Met. Accanto alla testa di Atena c'è un frammento di pittura parietale che sembra raffigurare una scena di simposio, fibule in bronzo datate fino al 325 a.C., anelli del VI secolo a.C., ornamenti bronzei intarsiati d'oro, rilievi in terracotta e in pietra tenera. E, mescolato agli oggetti autentici, un falso accertato: la riproduzione di un'epichysis, la brocchetta con beccuccio di stile gnathia, fatta abbastanza bene da passare per antica finché qualcuno non l'ha guardata davvero da vicino.

Tutto passa da Robin Symes, il mercante londinese la cui società, Symes Ltd, per decenni ha immesso antichità di scavo clandestino nei musei più rispettati del mondo, molti dei quali non avevano idea di cosa stessero comprando. L'indagine dei Carabinieri su quella rete, aperta all'inizio degli anni Duemila, ha finora riportato in Italia circa 750 oggetti. Questa consegna dal Met è l'ultima puntata.

Ciò che rende diversa la mostra di Taranto è quello che si rifiuta di fare. Non appende a ogni pezzo una didascalia ordinata per poi passare oltre, perché non può. Quasi nessuno di questi oggetti è arrivato con documentazione di scavo, luogo di ritrovamento, a volte nemmeno un secolo. Molti portano i segni di restauri eseguiti solo per renderli più vendibili, alterazioni che oggi si frappongono fra l'oggetto e la verità di ciò che è. Soltanto pochi, la testa di Atena fra questi, possono essere collocati in via provvisoria nel tempo e in un contesto. Per gli altri il museo lo dice senza giri di parole: qualsiasi conclusione, adesso, sarebbe prematura.

Così l'esposizione diventa una dimostrazione di metodo invece che una galleria di trofei. Il visitatore vede come i restauratori registrano forma e stato di conservazione, come il confronto tipologico offre i primi indizi sull'origine, come le analisi archeometriche su materiali e tecniche possono smascherare un restauro ingannevole o una contraffazione moderna nascosta dietro uno stile antico. Più che un ritorno trionfale, è un'ammissione: questi oggetti non sono stati rubati soltanto all'Italia, ma alle proprie storie, e recuperarle può richiedere anni, o non riuscire mai del tutto.

Stella Falzone, che dirige il museo, in conferenza stampa non ha addolcito il concetto: molti di questi reperti sono stati rilavorati per pura resa estetica, privati della cultura che li aveva prodotti, e ora vanno rieducati a parlare. Ha riconosciuto al Met la piena collaborazione e la revisione delle proprie procedure di acquisizione, un dettaglio che conta quanto gli oggetti stessi: un segnale di come, in questi casi, i musei si assumano le proprie responsabilità solo dopo anni, e recuperino la fiducia un oggetto alla volta.

L'elmo di Atena manca ancora. Come quasi tutto il resto di lei.

Fonti

↳ COME LAVORIAMO CON L'AI