Nel 1955 qualcuno spiegò a una ragazzina di nome Claude d'Orléans che il fotogiornalismo «non era un lavoro per donne, e ancora meno per una principessa». Era davvero una principessa di Francia: nata in Marocco nel 1943, cresciuta in Portogallo, educata tra Francia e Inghilterra, e innamorata della fotografia da quando era bambina. Il consiglio non attecchì. Ma rallentò tutto.
Qualche anno più tardi il marito di allora, il duca Amedeo d'Aosta, le regalò una Kodak semiautomatica. È da quella macchina che comincia davvero la storia: l'abitudine di raccogliere immagini in ogni posto in cui la vita la portava, molto prima che a qualcuno venisse in mente di chiamarla mostra. La prima esposizione arrivò a Bologna nel 1973, diciotto anni dopo.
Una selezione di quel lavoro è oggi a Firenze, in una mostra intitolata 'Wallpaper', allestita dentro la boutique Sebastian Flowers dal 9 settembre al 31 ottobre. La retrospettiva di una principessa in una bottega di fiori: sede insolita, ma perfettamente coerente con il soggetto.
Perché d'Orléans non fotografa palazzi né ritratti di famiglia. Fotografa quello che lei stessa chiama la «poesia del degrado»: manifesti lacerati dalle mani o dalle intemperie, pubblicità sbiancate dal sole, strati di colore e di parole che si scontrano sul muro di una città come tele urbane involontarie. Raccoglie questi frammenti da decenni, seguendo la geografia della propria vita, e tratta la carta che si scolla come altri fotografi trattano i monumenti.
C'è un'ironia sommessa in tutta la faccenda. Una donna nata da una delle dinastie più imponenti d'Europa, a cui era stato detto che la sua ambizione non era adatta al suo rango, ha scelto di puntare l'obiettivo su ciò che si sta sfaldando in pubblico: réclame strappate, cartelloni bruciati dalla luce, i detriti visivi davanti ai quali passiamo tutti senza vederli. Un corpus costruito esattamente sul genere di soggetto che nessuno si aspetta che una principessa noti, e meno ancora trovi bello.
Quella frase del 1955 poteva chiudere una porta per sempre. Invece settant'anni dopo è ancora lì. Claude d'Orléans non ha mai smesso di guardare, e 'Wallpaper' è la prova, appesa al muro uno strato sopra l'altro, senza bisogno di dirlo a parole. Esattamente come fa la città con i suoi manifesti.



