Fiori, corpi, ritratti e statue sono soggetti molto diversi. La mostra Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza, al Museo dell’Ara Pacis, li accosta attraverso la stessa attenzione alla luce, alle geometrie e alla costruzione dell’immagine.
Aperta fino al 4 ottobre 2026 e curata da Denis Curti, l’esposizione riunisce oltre 200 fotografie suddivise in otto sezioni. È il capitolo conclusivo del progetto espositivo iniziato alle Stanze della Fotografia di Venezia e proseguito a Palazzo Reale di Milano.
La lettura proposta dalla curatela prende le distanze dall’immagine di Mapplethorpe come fotografo interessato soprattutto alla provocazione. Secondo Curti, anche i suoi soggetti più espliciti sono costruiti attraverso equilibrio, simmetria, luce e rigore compositivo. Il riferimento indicato dal curatore è quello della scultura classica e rinascimentale.
Il nucleo centrale della mostra è dedicato ai fiori e alle nature morte. Gli elementi naturali sono isolati e osservati attraverso forme, superfici e geometrie. A queste immagini sono accostate le fotografie dei corpi maschili e femminili, presentati nel percorso espositivo in rapporto alla solidità e alla definizione della forma scultorea.
La retrospettiva comprende anche autoritratti, immagini di Patti Smith e Lisa Lyon e ritratti di personalità della cultura e dello spettacolo. Il percorso parte inoltre dalle prime opere di Mapplethorpe, tra assemblaggi e collage tridimensionali realizzati con fotografie d’archivio, ritagli di riviste, oggetti religiosi e indumenti.
La tappa romana aggiunge un nucleo dedicato al rapporto dell’artista con l’Italia. Sono esposte fotografie realizzate durante i suoi soggiorni tra Capri e Napoli, legati anche alla collaborazione con il gallerista Lucio Amelio e al progetto Terrae Motus. Il confronto con l’antico comprende inoltre due sculture dei Musei Capitolini: una statua di Afrodite e una statua di atleta.
La mostra propone così una chiave di lettura precisa: soggetti differenti, compresi quelli considerati provocatori, vengono messi in relazione attraverso il modo in cui la fotografia ne costruisce luce, equilibrio e forma. È questa continuità formale, secondo la curatela, a collegare i diversi nuclei dell’esposizione.



