A Ulassai, in Ogliastra, la macchina da cucire stava nella stanza più bella e più luminosa della casa. Era lì che le donne della famiglia si rifugiavano per sottrarsi a tutto il resto: le incombenze, le pareti, una vita passata dentro. Maria Lai, bambina, guardava. Quel dettaglio, annotato nelle schede curatoriali di una mostra napoletana, spiega la sua arte meglio di qualunque manifesto.
Nata nel 1919, Lai ha inseguito per tutta la carriera una cosa che sembra impossibile: rendere il cielo toccabile. «Cerco cieli, spazi lontanissimi e tuttavia tattili», disse una volta, frase che il curatore Gregorio Botta ha ripreso per Tessere la notte, la mostra che lo Studio Trisorio di Napoli le dedica fino al 24 ottobre 2026. In rassegna opere realizzate tra il 1978 e il 2011: telai, libri cuciti, geografie, lenzuola, ceramiche, scialli. Tutto costruito con i materiali più ordinari che si possano immaginare, filo, lana, cotone, stoffa, pasta di pane; tutto puntato verso i soggetti più inafferrabili, la memoria, la distanza, il cielo notturno.
La pittura piatta l'aveva abbandonata presto. Voleva un'arte con un corpo, qualcosa da conoscere con le dita e non soltanto con gli occhi, e la trovò negli strumenti del lavoro femminile di casa: il telaio, l'ago, la federa. Quello che nella casa di sua madre era stato un piacere privato, quasi clandestino, uno dei pochi spazi in cui le donne potevano esprimersi liberamente, Lai lo ha portato fuori e lo ha fatto diventare scultura. Una rivendicazione, non solo una scelta di stile.
L'opera che dà il titolo alla mostra è un telaio scomposto, attraversato da due ossessioni ricorrenti dell'artista: una capra e i pezzi di una meridiana. Lai chiamava questi lavori «paesaggi di oggetti»: cose che smettono di servire a qualcosa e cominciano a significare. Il filo, per lei, ricominciava esattamente dove la lingua si fermava: poteva cucire, collegare, alludere, senza dover mai dire per esteso.
Un libro cucito del 1979 lo dimostra con una precisione che inquieta. Le pagine sono fotocopie, meccanicamente identiche, e su ognuna Lai è intervenuta a mano con un gesto irripetibile. Metteva in scena, decenni prima che qualcuno usasse queste parole, lo scontro tra riproduzione tecnica e unicità della mano umana. Oggi suona profetico.
La capra torna in tutta la sua opera come una forma di autoritratto: un animale che non ha paura di arrampicarsi sulla vetta più alta né di buttarsi giù. Lai ne disegnava il profilo, poi consegnava la sagoma alle tessitrici del suo paese e lasciava che ognuna la riempisse con i propri motivi. L'opera le tornava moltiplicata, irriconoscibile e insieme completamente sua.
Nella seconda sede dello Studio Trisorio, in via Carlo Poerio, c'è Tenendo per mano l'ombra (1987), una fiaba raccontata in pagine cucite e stoffe tinte e ricamate. È la prova più limpida della tesi che attraversa tutta la mostra: il materiale vero di Maria Lai non è mai stato il filo. Era il gesto domestico, sollevato dalla casa e reso finalmente leggibile a tutti gli altri.



