Marzo del 44 a.C. Un diciottenne scende da una nave sulla costa salentina senza sapere ancora chi sia diventato: suo prozio Giulio Cesare è stato assassinato a Roma pochi giorni prima, e nel testamento il nome scritto è il suo. Si chiama ancora Gaio Ottavio. Da quel momento la storia di Roma cambia strada. Sotto pochi metri d'acqua, davanti a Le Cesine, a nord di Lecce, c'è lo scheletro di pietra di un porto che quel giorno potrebbe averlo accolto.
Questa settimana i subacquei sono tornati sott'acqua. La campagna, che prosegue fino al 4 ottobre, è guidata dal Dipartimento di Beni Culturali dell'Università del Salento con Rita Auriemma, insieme al Ministero della Cultura e alla soprintendenza. Il sito ricade nell'oasi WWF di Le Cesine, davanti a un vecchio impianto di sollevamento delle acque, l'Edificio Idrovoro. Di quel porto resta soprattutto la struttura di base: un molo lungo e diritto che si spingeva dall'antica linea di riva fino a una testata più larga, una pianta a L che si ritrova in molti approdi bassi e sabbiosi del Mediterraneo romano.
Le fonti antiche collocano lo sbarco di Ottaviano nei pressi di Lupiae, l'odierna Lecce. Nessuna, però, indica con precisione questo tratto di costa. Ed è esattamente ciò che lo scavo di quest'anno prova a stabilire: se il porto risalga alla tarda età repubblicana e ai primi anni augustei, cioè alla finestra temporale giusta perché un giovane spaventato con un nome ingombrante ci sia davvero passato.
Poco più a nord c'è una seconda struttura sommersa che i pescatori del posto chiamano da sempre la Chiesa Sommersa, per via delle forme che si intravedono sotto le onde. Gli archeologi oggi pensano che non sia mai stata una cappella, ma una torre o un faro legato al sistema portuale. A terra, invece, nel 2025 è emersa una grande vasca intonacata: poteva servire alla salagione del pesce, visto quanto sono vicine le antiche saline, oppure alla produzione di vino in una villa rustica romana.
Da quest'anno esiste anche l'Acaya LandLivingLab, uno spazio di conservazione e studio dentro il Castello di Acaya, dove i reperti verranno catalogati e mostrati al pubblico con giornate aperte e visite delle scuole. L'idea di Auriemma è semplice: portare le persone dentro il patrimonio, non aspettare che sia il patrimonio a raggiungerle.
Che i sandali di Ottaviano abbiano toccato o no proprio quel molo, resta una cosa rara: un pezzo di infrastruttura romana ancora leggibile, sepolto nella sabbia dell'Adriatico, in attesa che qualcuno finisca di decifrarlo.



