Charles Ross ha cominciato nel 1971. Aveva poco più di trent'anni, era un artista, e nel deserto del New Mexico si mise a disegnare una struttura che, per come stavano le cose allora, non avrebbe visto finita. Oggi ne ha quasi novanta. La struttura, che si chiama Star Axis, non è ancora del tutto completa.
A volte la descrivono come una piramide di granito, ma è una descrizione che le rende poco onore. Star Axis è un osservatorio, e non uno di quelli che seguono qualcosa di modesto come una stagione o un anno. È costruito per rendere visibile un ciclo di 26.000 anni: la lenta oscillazione dell'asse terrestre, che gli astronomi chiamano precessione, e che significa una cosa spiazzante. La Polaris, la stella che ha guidato la navigazione umana per millenni, non è affatto ferma. Sembra fissa solo perché la guardiamo dentro l'arco di una vita. Ross voleva costruire qualcosa che permettesse a una persona di sentire quello spostamento, non solo di sentirselo raccontare.
È questa l'ambizione silenziosa e strana al centro del progetto: comprimere una scala temporale che fa sembrare piccola la civiltà intera in qualcosa dentro cui un visitatore possa entrare e vedere con i propri occhi. Una scala allineata con l'asse della Terra. Una camera progettata perché la luce delle stelle vi cada in modi precisi, calcolati. Cinquant'anni di granito, cemento e fatica nel deserto, tutto per far sentire, anche solo per un istante, che 26.000 anni possano avere una misura umana.
Di questi decenni di lavoro resta oggi un cortometraggio, «Where the Earth Meets the Sky», del regista Rafael Salazar Moreno, distribuito da Aeon Video. Il film coglie Star Axis sull'orlo del compimento, che è già di per sé un punto curioso dove trovarsi dopo mezzo secolo. Ross ha iniziato da giovane. Se lo finirà, lo finirà come uno dei più anziani artisti della Land Art ancora in vita negli Stati Uniti.
Anche il documentario porta dentro di sé una scala temporale sepolta. Include immagini d'archivio girate dalla regista Wendy Apple, che aveva documentato il progetto di Ross per anni prima di morire, nel 2017. Non vide mai Star Axis completa, e nemmeno finì il proprio film. I ventiquattro minuti di Moreno assorbono le sue riprese e, così facendo, diventano un film su due cose incompiute: un monumento al tempo profondo, e la testimonianza di una persona a cui il tempo è mancato mentre cercava di afferrarlo.
Una storia come questa non ha un finale ovvio, perché Star Axis non ne ha ancora uno. C'è invece un uomo nel deserto, ancora al lavoro, che continua ad allineare la pietra a una stella che non resterà dov'è. Da qualche parte, lì dentro, c'è il vero soggetto: non il granito, e nemmeno l'astronomia, ma quel rifiuto umano, testardo e particolare, di accettare che certe cose siano troppo grandi per essere costruite.



