Un geoglifo pre-ispanico in Perù è stato distrutto nelle ore immediatamente successive a un'operazione di sgombero contro occupanti abusivi, riferisce Le Figaro. La sequenza conta: lo Stato è intervenuto, e poi il patrimonio è svanito.
Geoglifi di questo tipo, incisi o disposti sulla superficie desertica secoli prima dell'arrivo degli spagnoli, sono fra le categorie più fragili di bene culturale nella regione andina. Non si possono recintare dall'oggi al domani, non si possono spostare, non si possono ricostruire. Una volta alterato lo strato superficiale, l'opera è perduta. Non esiste un protocollo di restauro per un disegno fatto di pietre e di assenza.
Il caso peruviano si inserisce in uno schema noto. I conflitti per la terra attorno alle zone archeologiche raramente si chiudono con l'ordinanza di sgombero. Il momento di maggior rischio per un sito è spesso quello successivo alla risoluzione formale della disputa legale, quando gli occupanti se ne vanno, l'attenzione si sposta altrove, e la sorveglianza viene meno. La legge sul patrimonio produce una vittoria sulla carta; il terreno racconta un'altra storia.
La distruzione mette in luce anche una debolezza strutturale nella tutela dei siti pre-ispanici in Sud America. Gli inventari ci sono. I perimetri sono tracciati sulle mappe. I budget per una vigilanza permanente in loco quasi mai li seguono. Il Ministero della Cultura peruviano gestisce un registro di zone monumentali che arriva alle migliaia di voci; il numero di siti con protezione fisica continua è una frazione minima di quel totale. Un geoglifo in un settore remoto, fra uno sgombero e il successivo ciclo amministrativo, è di fatto incustodito.
Quanto è andato perduto non si quantifica con il linguaggio abitualmente applicato agli incidenti del patrimonio. Non c'è un valore assicurativo, non c'è un comparabile d'asta, non c'è un costo di rimpiazzo. La perdita è informativa: una configurazione specifica di segni, fatta da una comunità specifica, per ragioni che gli archeologi stavano ancora cercando di decifrare. Quella lettura ora è chiusa.
La domanda sollevata dal resoconto di Le Figaro non è se lo sgombero sia stato legittimo. È se uno Stato capace di liberare un sito sia anche capace di custodirlo.



