Nel 1881 un giornalista fiorentino con i conti in disordine e il vizio del gioco cominciò a pubblicare a puntate una storia per bambini su un giornale, per pagare i debiti. Firmava Carlo Collodi, uno pseudonimo preso in prestito dal paese di sua madre. Non aveva la minima idea di stare inventando uno dei personaggi più riprodotti nella storia del racconto: un burattino di legno a cui il naso cresce quando mente, che muore e torna, e che desidera una cosa sola, diventare un bambino vero.
Duecento anni dopo la nascita di Lorenzini, quel burattino ha un passaporto che nessuno può ritirargli. Dall'8 al 10 settembre New York gli dedica tre giorni di proiezioni, incontri e letture sotto il titolo «The Carlo Collodi Legacy», secondo capitolo di un progetto chiamato Spotlight: Italy on Screen Today, ideato da Loredana Commonara. «Pinocchio è nato in Italia, ma ormai appartiene al mondo», dice. «Ogni generazione lo riscopre, e ogni artista gli restituisce una voce nuova.»
Il programma, letto di fila, è una piccola mappa di quanta strada ha fatto il burattino da quelle prime puntate su carta di giornale. Si apre da Sullaluna NYC, libreria indipendente di Brooklyn, con due riscritture illustrate: «Il Burattino e la Balena» di Roberto Catani e «Pinocchio» di Beatrice Pucci, presentate dalla storica Vanessa Roghi. Il giorno dopo, alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University, studiosi come Larry Wolff, Perri Klass e David Forgacs si siedono attorno a un tavolo per un incontro dal titolo asciutto, «The Many Lives of Pinocchio», costruito su una domanda semplice: perché una favola morale toscana dell'Ottocento, su un burattino che dice bugie, continua a rinascere in ogni linguaggio, in ogni lingua, per ogni nuova generazione di bambini che di Collodi non ha mai sentito parlare?
La serata di chiusura risponde con un confronto diretto. Al Quad Cinema di Manhattan il film di Matteo Garrone del 2019, con Roberto Benigni nel ruolo di Geppetto, viene proiettato accanto allo sceneggiato televisivo di Luigi Comencini del 1972, quello che ha formato l'immaginario di un'intera generazione di italiani: Andrea Balestri nei panni di Pinocchio, Nino Manfredi Geppetto, Gina Lollobrigida la Fata Turchina, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia il Gatto e la Volpe, Vittorio De Sica il giudice, Lionel Sander Mangiafuoco. Garrone presenterà il suo film in un videomessaggio; Francesca Comencini parlerà del lavoro di suo padre in un altro. Due generazioni di cinema italiano che si incontrano attraverso lo stesso pezzo di legno.
La parte che vale davvero non è l'anniversario, ma quello che l'anniversario mette in luce: un personaggio nato per estinguere un debito è sopravvissuto a tutti gli imperi, le guerre e le mode passate sull'Italia dal 1881 a oggi, e adesso viene rivendicato, messo in scena e discusso dalle università americane e dalle librerie di Brooklyn quanto dalla Toscana. Collodi non ha visto niente di tutto questo. È morto nel 1890, in una comoda oscurità, convinto di aver scritto un feuilleton minore per bambini.
Il progetto, sostenuto dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo, dal Consolato generale d'Italia a New York, dalla Casa Italiana della NYU e dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi, è partito nel 2025 in parallelo alle iniziative newyorkesi legate alla corsa del cinema italiano agli Oscar, come riporta l'ANSA. Ma la storia che sta sotto il calendario è più antica e più bizzarra di qualunque campagna per un premio: un burattino che voleva diventare umano resta, duecento anni dopo, la prova più vicina che la cultura possieda del fatto che certe storie si rifiutano di restare nel paese che le ha inventate.
A Firenze, nel 1881, quel debito è stato pagato da un pezzo di legno che non ha mai smesso di camminare. Chissà quale versione di Pinocchio, tra cento anni, sembrerà l'originale.



