Quarantacinque minuti dopo il tramonto, dentro una tomba di duemila anni illuminata come una scenografia. È quello che Roma offre gratis ogni venerdì sera, dal 4 settembre al 31 ottobre 2026, alla Piramide Cestia: il sepolcro di marmo che sta accanto a via Ostiense dal 12 a.C. circa.
La storia recente comincia nel 2013, quando l'imprenditore giapponese Yuzo Yagi, colpito dalla bellezza del monumento e dallo stato di degrado in cui l'aveva trovato, consegnò alla Soprintendenza Capitolina un milione di euro per il restauro del rivestimento marmoreo. Nel 2015 la piramide riaprì al pubblico, con l'allora sindaco Ignazio Marino a tagliare il nastro accanto a Yagi. Dieci anni dopo serviva di nuovo aiuto: tre anni di chiusura e un secondo restauro, questa volta pagato dal programma PNRR Caput Mundi in vista del Giubileo 2025, hanno dotato il sepolcro di un impianto di illuminazione completamente nuovo, dentro la camera funeraria e fuori, pensato per rendere leggibili al buio le pitture in Terzo Stile pompeiano e la geometria nuda della struttura.
Vale la pena fermarsi sui numeri, perché raccontano un'ossessione. La piramide fu costruita in 330 giorni per rispettare il testamento di Gaio Cestio, uno dei sette epuloni dell'imperatore Augusto: 36,4 metri di altezza su una base quadrata di 29,5 metri di lato, marmo lunense a rivestire un nucleo di calcestruzzo. Un espediente da ingegneria romana che le permise di essere più alta e più ripida delle piramidi egizie che imitava. Roma ne ebbe almeno tre, figlie della moda egittizzante che seguì la caduta dell'Egitto sotto Augusto nel 31 a.C. Questa è l'unica sopravvissuta: un'altra, nei pressi di via della Conciliazione, fu abbattuta nel 1499 per ordine di papa Alessandro VI, che aveva bisogno di spazio per il suo Giubileo.
Ai lavori si aggiungono i miglioramenti dell'accessibilità, i nuovi percorsi, i pannelli informativi rifatti e perfino sistemazioni migliori per la colonia di gatti che abita il sito. «Abbiamo seguito un principio preciso», spiega Barbara Rossi, funzionaria responsabile del monumento, in dichiarazioni riportate da Artribune: «migliorare ogni aspetto della visita nel rispetto dell'identità del monumento».
La prenotazione è obbligatoria e i posti sono pochi. Quello che non ha limiti è la stranezza della vicenda: un sacerdote dell'imperatore romano, sepolto dentro una fantasia egizia finanziata dal suo stesso testamento, oggi illuminata e visitabile gratis grazie all'affetto di un donatore giapponese e a un fondo europeo nato per rispondere a una crisi che con l'antichità non c'entrava nulla.



