Un uomo siede in groppa a un leopardo, una mano stretta alla gola dell'animale, il corpo scolpito in modo che le costole e la spina dorsale affiorino dalla pietra. Niente di simile è mai stato trovato.
La statua è emersa quest'estate a Karahan Tepe, sito neolitico della Turchia meridionale che precede Stonehenge di circa seimila anni, secondo un comunicato del Ministero della Cultura e del Turismo turco diffuso il 25 agosto e ripreso da Live Science. Il luogo appartiene allo stesso straordinario insieme di architetture monumentali primordiali della vicina Gobekli Tepe, costruita da cacciatori-raccoglitori circa undicimila anni fa: prima dell'agricoltura, prima della ceramica, prima della scrittura.
A lasciare senza parole non è il leopardo in sé. I felini selvatici compaiono altrove nell'arte di questa cultura, incisi su pilastri e pareti in entrambi i siti. È la figura umana fusa al dorso dell'animale, e lo scheletro visibile sotto la pelle, a non avere alcun corrispettivo noto in tutto il repertorio neolitico. I funzionari turchi lo hanno definito diverso da qualunque cosa vista finora nell'uno o nell'altro sito.
Gli studiosi ipotizzano che la statua possa parlarci di come queste comunità intendevano la forza, il pericolo e la virilità: un discorso per immagini sulla potenza maschile costruito attorno al predatore più temibile del loro mondo. Resta un'interpretazione, non una certezza. La certezza è più difficile da liquidare: undici millenni fa, qualcuno che non conosceva la ruota, né la scrittura, né gli utensili di metallo, decise che il modo più vero di raffigurare un uomo fosse mostrarne le ossa, e metterlo in sella a un leopardo.
La scoperta aggiunge un tassello a un enigma che continua a crescere. Gobekli Tepe aveva già costretto gli archeologi a ripensare quando fossero cominciati i rituali complessi e le costruzioni monumentali. Karahan Tepe continua a consegnare loro immagini per cui non hanno ancora una griglia di lettura, un'incisione alla volta.



