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Cultura dal mondo, in pillole
Mirabilia

A Valladolid una sedia del Cinquecento è stata incatenata al muro capovolta per impedire che qualcuno ci si sedesse. Le morti che le attribuivano non sono mai avvenute

Nella sacrestia della cappella universitaria di Valladolid una sedia del Cinquecento è stata appesa capovolta al muro con anelli di ferro, accusata della morte di due custodi e delle sventure di due studenti. Una nuova ricerca smonta il conto dei morti: il diavolo non c'entrava nulla.

PT
12 set 2026
3 min di lettura
Veduta dal basso di una cattedrale storica in pietra, con due alte torri campanarie e una facciata riccamente decorata. Davanti all’edificio, una carrozza trainata da cavalli attraversa la piazza, circondata da persone e automobili.
↳ Foto: ABC.es · EDITORIAL

Oggi a tenere lontani i visitatori basta una striscia di nastro adesivo. Nel Museo Provincial de Valladolid c'è una sedia spagnola del Cinquecento senza nulla di speciale, uno di quegli oggetti davanti ai quali si passa senza voltarsi, se non fosse che per generazioni la gente attraversava la stanza per non passarci accanto.

La chiamavano Sillón del Diablo, la sedia del diavolo. Per un certo periodo non stava nemmeno appoggiata a terra come un mobile qualunque: pendeva nella sacrestia della cappella universitaria, fissata al muro con anelli di ferro, capovolta e messa fuori portata, come se l'edificio stesso volesse impedire che qualcuno la usasse. Una precauzione che non aveva niente di decorativo. La memoria locale attribuiva a quella sedia la morte di due custodi e una sequenza di disgrazie capitate a due studenti che, a seconda di chi raccontava la storia, avevano osato sedersi o si erano semplicemente trovati sulla sua strada.

La leggenda non è rimasta chiusa nel passato. Intorno all'anno 2000 la sparizione di un uomo, Laureano Candelario Huéscar, è finita dentro la mitologia della sedia: un caso contemporaneo innestato su una maledizione cinquecentesca, la prova che una buona storia non smette mai di reclutare vittime nuove.

A cercare che cosa sia davvero accaduto, invece di che cosa si sia deciso di credere, è arrivato un filologo. Francisco Javier Sánchez-Verdejo ha guidato un'indagine, raccontata da Mónica Arrizabalaga, che ricostruisce la vicenda dell'oggetto attraverso testimonianze e documenti e non attraverso la paura accumulata da tutti quelli che si sono rifiutati di sedersi. Il risultato, così come la ricerca lo espone, smonta le morti e le sparizioni che avevano fatto la fama della sedia, e mostra come un mobile ordinario si sia guadagnato un conto di vittime che non gli spettava.

Quello che l’indagine permette di ricostruire, però, va oltre la storia di una semplice sedia. Racconta il modo in cui, per circa quattro secoli, un’università, una cappella e una città hanno attribuito a quell’oggetto un significato particolare, fino a trasformarlo in qualcosa da proteggere. Gli anelli di ferro erano reali, così come lo era la struttura che teneva la sedia sospesa. E quella scelta, invece di limitarsi a conservare l’oggetto in un deposito, testimonia quanto a lungo sia rimasta viva la convinzione che fosse necessario tenerlo lontano da terra. È anche questo che la storia di una reliquia può raccontare: non solo l’oggetto in sé, ma il modo in cui le credenze si consolidano nel tempo e possono continuare a influenzare le decisioni, anche quando il loro significato originario è ormai cambiato.

La sedia è ancora a Valladolid. Il nastro è ancora lì. La sua storia racconta soprattutto come, nel corso dei secoli, una credenza possa diventare parte della storia di un luogo e influenzare il modo in cui un oggetto viene conservato e tramandato nel tempo.

Fonti

↳ COME LAVORIAMO CON L'AI